La fontana di Banzi
O fons Bandusiae splendidior vitro
dulci digne mero non sine floribus,
cras donaberis haedo,
cui-frons-turgida-cornibus
primis et venerem et proelia destinat;
frustra: nam gelidos inficiet tibi
rubro sanguine rivos
lascivi suboles gregis.
Il 18 luglio del 1996 c'era il mio orale della maturità. Latino. Parlai di Orazio con giovanile presunzione , forte di una patronimica discendenza e casuale affinità di sensibilità.
Cercai inutilimente di relazionare un testo a latere che avevo divorato e sintetizzato in qualche ora. Parlava, il testo a latere, dei rapporti tra Orazio e un senso Europeo di morale: una sorta di 'Orazio progressivo' e la Ginestra che trovavo nelle mie traduzioni non era un criptico inno rivoluzionario quanto invece un intimo omaggio alla memoria, la Fons Bandusia. Io cercavo, come ho già scritto, una via intima e umanista al dovere rivoluzionario: come lasciarmi scappare la ghiotta occasione della rivalutazione marxista dei classici?
Accennai qualcosa all'insignificante membro della commisione. Lei nulla. Mi guardò, mi interruppe, mi chiese un paradigma. Il mio rapporto 'ufficiale' con il latino è finito con quel paradigma.
Il rapporto con la Fons Bandusia invece no. Lo ritrovo qualche anno dopo, con un po' di autosuggestione, in una conoscenza 'a latere' rispetto alla consuetudine delle mie dinamiche bolognesi.
Con ritmi da bradipo ferito, per usare un'immagine del mio autorevole biografo, comincio a incrociare per qualche ora a stagione A., che di Orazio è conterranea e rivela un'eredità molto più marcata del mio formale patronimico.
Come la fontana di Orazio per il suo colto commentatore, A. mi appare quasi subito come il punto di equilibrio tra introspezione e rivoluzione. Un senso criptico di umanità la possiede e la vincola. Come tutti i classici, che a detta di Calvino non finiscono mai di dire quello che hanno da dire, A. centellina idee e parole quasi avessero queste ultime un costo che non si può sostenere.
A., l'ultima volta che l'ho incrociata, sembrava uscita da un vecchio disco di Guccini. Un'immagine che stava alla ricchezza dei suoi silenzi come quello sterile paradigma di 10 anni fa stava alle mie inutili e bellissime letture a latere. E, neanche a dirlo, anche questa volta è finito tutto con un paradigma.
dulci digne mero non sine floribus,
cras donaberis haedo,
cui-frons-turgida-cornibus
primis et venerem et proelia destinat;
frustra: nam gelidos inficiet tibi
rubro sanguine rivos
lascivi suboles gregis.
Il 18 luglio del 1996 c'era il mio orale della maturità. Latino. Parlai di Orazio con giovanile presunzione , forte di una patronimica discendenza e casuale affinità di sensibilità.
Cercai inutilimente di relazionare un testo a latere che avevo divorato e sintetizzato in qualche ora. Parlava, il testo a latere, dei rapporti tra Orazio e un senso Europeo di morale: una sorta di 'Orazio progressivo' e la Ginestra che trovavo nelle mie traduzioni non era un criptico inno rivoluzionario quanto invece un intimo omaggio alla memoria, la Fons Bandusia. Io cercavo, come ho già scritto, una via intima e umanista al dovere rivoluzionario: come lasciarmi scappare la ghiotta occasione della rivalutazione marxista dei classici?
Accennai qualcosa all'insignificante membro della commisione. Lei nulla. Mi guardò, mi interruppe, mi chiese un paradigma. Il mio rapporto 'ufficiale' con il latino è finito con quel paradigma.
Il rapporto con la Fons Bandusia invece no. Lo ritrovo qualche anno dopo, con un po' di autosuggestione, in una conoscenza 'a latere' rispetto alla consuetudine delle mie dinamiche bolognesi.
Con ritmi da bradipo ferito, per usare un'immagine del mio autorevole biografo, comincio a incrociare per qualche ora a stagione A., che di Orazio è conterranea e rivela un'eredità molto più marcata del mio formale patronimico.
Come la fontana di Orazio per il suo colto commentatore, A. mi appare quasi subito come il punto di equilibrio tra introspezione e rivoluzione. Un senso criptico di umanità la possiede e la vincola. Come tutti i classici, che a detta di Calvino non finiscono mai di dire quello che hanno da dire, A. centellina idee e parole quasi avessero queste ultime un costo che non si può sostenere.
A., l'ultima volta che l'ho incrociata, sembrava uscita da un vecchio disco di Guccini. Un'immagine che stava alla ricchezza dei suoi silenzi come quello sterile paradigma di 10 anni fa stava alle mie inutili e bellissime letture a latere. E, neanche a dirlo, anche questa volta è finito tutto con un paradigma.

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