17.11.06

Aleksandr Y. Khinchin



Nei miei primi anni di università mi ancoravo all'analisi matematica come ultimo approdo del mio conatus interruptus di filosofie irrazionali & affini. Ero convinto di poter sopravvivere anche solo grazie a quell'amore tardo con il metodo deduttivo e (sopratutto) con i limiti semantici dei formalismi. Certe sere, di nascosto, abbandono i libri consigliati e vesto abiti curiali (da Machiavelli del far di conto). Davanti a me si rivelano in tutto il loro algido formalismo i principi di Analisi Superiore editi dagli editori riuniti in anni di blocchi contrapposti. Dentro quei libretti grigi c'era un mondo di teoremi parallelo al nostro, ma con i nomi cirillici e incomprensibili, un universo socialista degno dei migliori Ofllaga Disco Pax.
Poi, come dice uno dei pochi maestri incontrati qui a Bologna, che ad essere elettronici c'è da essere un po' masochisti con le matematiche, mi ritrovo a seguire per istinto un percorso sempre più legato alle 'mie' matematiche. La teoria dell'informazione mi riappacifica anche con il mondo reale e vengo iniziato alle Qabale della teoria funzionale e alle distribuzioni. Il ritorno a un'idea incompleta di semantica formale torna ciclicamente a farmi sfiorare il mio iperurano di idee irrangiungibili e sofismi.
Per qualche anno nulla. Solo tecnica, Severiniana tecnica.
L'anno scorso qualche profetico abbaglio, complice la statistica economica di Gaia. Riprendo in mano autocorrelazioni e amenità simili.
Oggi nella mia tesi si materializza Khinchin e il suo teorema sulle trasformate delle autocorrealzioni. E rivedo le improvvisate spigezioni dell'anno scorso nei giardinetti del S.Orsola e poi ancora indietro le notti di Analisi e cappuccini al GodotWine di via Cartoleria, e ancora più in là il piano rialzato della sala di consultazione della Biblioteca De Meis, al 515.qualcosa, quei libri grigi così rigorosi, così puri, così idealistici.