12.1.07

Portabilità










Ho cominciato la volta scorsa a Londra.
L'ansia di non perdere traccia del pensiero, la voglia di fotografare con le parole il contesto mi hanno obbligato a girare con un finto moleskine, molto più grande molto più comodo molto più economico. Una sterlina a mezzo (sesqui come direbbero i latini) per entrare in possesso dell'uovo di colombo. Gli inglesi quando vanno in giro hanno freddo e si fermano nei caffè, e mentre bevono leggono scrivono sia da soli che in compagnia. E allora ho pensato di fare anche io il giovane europeo (l'immaginario del ragazzo dell'Europa di Nanniniana memoria) e mi sono messo a scrivere. Così, ho pensato, ho tante cose da mettere poi nel blog.
E invece di quegli inchiostri su carta non è arrivato nulla.

Allora ho allargato l'idea e ho comprato un MacBook così, ho pensato, ho tante cose da studiare produrre e sistemare nei tempi morti.
Purtroppo stavolta non mi sono sbagliato. Sono diventato dipendente da questi tasti bianchi, che schiaccio anche ora su un volo lowcost Forlì-Londra, pensando ai racconti di viaggio che Tondelli formalizzava in modo più analogico e più suggestivo dei miei.
La batteria di questo rettangolo bianco arriva a 6 ore di durata, riesco a coprire i tempi morti di qualsiasi giornata senza avere nemmeno l'alibi della batteria scarica. E allora produco inutilità come questa che leggete, misto di grafomania e esibizionismo moralizzate.
E che cosa sarà poi l'esibizionismo moralizzante? Potrei condificare in quasto modo le mie estetiche e avere il prestesto per un'altro inutile post. La valchiria vestita da hostess mi dice cortese (ho scoperto da poco la differenza con 'gentile') di spegnere il portatile, che si atterra. Nonostante l'aspetto e il tono minaccioso credo meriti il vostro ringraziamento, chè almeno è riuscita ad arginare questa catena chiamata portabilità.


p.s. metto online questo post dalla laptop area della LSE library. Ecco, appunto... la portabilità.